Scende la neve ma le piante non sempre dormono

In questi giorni la neve pare essere la protagonista assoluta di discorsi, preoccupazioni e servizi TG quasi fosse un fenomeno assolutamente insolito. In inverno invece, le correnti fredde, nate nell’Europa settentrionale e orientale e in Siberia, scendono a colmare la depressione caldo-umida nel Mediterraneo centrale. Dall’incontro tra aria molto fredda e aria calda scaturisce la condensazione dell’acqua in goccioline che, ad alta quota, si solidificano in neve perché la temperatura dell’aria è sensibilmente inferiore rispetto alla pianura.

 

Trattandosi di un fenomeno assolutamente naturale, è logico che le piante tipiche del clima continentale siano perfettamente attrezzate per sopravvivere alla neve.

Le piante più favorite in assoluto a rispondere alla neve sono i larici perché, unici tra le conifere, si spogliano degli aghi durante l’inverno, cadendo così in un sonno profondo e liberandosi di un peso che, sommato a quello della neve, potrebbe in casi eccezionali spezzarne i rami, che sono però molli e piuttosto elastici. I pini e gli abeti bianchi e rossi possono subire rotture traumatiche dovute al deposito sui rami di cristalli, soprattutto se sono acquosi, e quindi più pesanti. L’elasticità delle fronde di pini e abeti e la ridotta superficie offerta dai loro aghi, larghi 1-2 mm, fanno però in modo che la neve si ammucchi in piccole quantità per poi essere sbalzata al suolo con un minimo refolo di vento o per resilienza del ramo elastico. Questo, però, si verifica solo a patto che gli alberi non ricoprano un versante esposto a nord o est, o che la temperatura non scenda tanto da ghiacciare immediatamente i fiocchi sugli aghi.

Gli alberi caducifogli possiedono un’impalcatura dei rami rigida, che mal sopporta le forti nevicate. Ecco perché, con l’eccezione dei nordici ed elasticizzati sorbi, aceri e betulle, le latifoglie non salgono mai in altitudine nelle zone dove le precipitazioni nevose sono un evento frequente, rimanendo confinate a quote più basse se il clima è continentale, o localizzandosi in zone dal più dolce clima oceanico.

La coltre bianca fa quindi le veci di una coperta nei confronti del suolo, mantenendo sotto di sé una temperatura costante di circa 0 °C. Di conseguenza, non solo l’acqua presente nel terreno non si ghiaccia, nemmeno se la temperatura dell’aria scende di 10 °C sottozero, ma non si congelano neppure gli apparati radicali, limitando così i danni invernali alla sola parte aerea delle piante. Se invece la neve manca, e la temperatura si abbassa di molto sotto lo zero, si possono verificare rotture delle cellule che compongono le radici, a causa del congelamento dell’acqua che contengono. Le conseguenze si faranno sentire in primavera, quando la ripresa vegetativa sarà molto più lenta, o addirittura, nei casi più gravi, non avverrà: infatti, se l’apparato radicale è profondamente danneggiato, l’albero muore.

Non solo gli alberi traggono vantaggi da un manto nevoso uniforme. Ne sono beneficiati anche gli arbusti, i cespugli spoglianti che affidano la loro sopravvivenza alle gemme situate nella parte bassa della pianta, così come numerose erbe perenni.  Se la nevicata è abbondante, le gemme verranno anch’esse in buona parte o del tutto ricoperte, godendo perciò di una temperatura “mite” (sempre 0 °C) rispetto a quella dell’aria circostante, ed evitando di venire “bruciate” dai gelidi venti del nord, tramontana e maestrale in testa. Perfettamente conservate, al disgelo saranno in grado di schiudersi subito e di funzionare al meglio per restituire la completa vitalità al cespuglio.  Infine, ai primi tepori di febbraio o di marzo, lo scioglimento delle nevi fornisce immediatamente acqua al terreno e, di conseguenza, alle radici delle piante, la cui pronta ripresa dipende strettamente anche dalla possibilità di soddisfare la lunga “sete” invernale.

Fonte: http://www.giardinaggioweb.net/

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Puliamo il campo di rugby per le 6 Nazioni!

Un pò d’orgoglio:   http://www.rugbyrovigo.com/it/news-s-2278-i_volontari_sgomberano_il_battaglini.asp

Italia – Inghilterra valida per il Sei Nazioni Under 20 “s’ha da fare” e Rovigo non vuole perdere questa occasione, così domenica un buon gruppo di sportivi volontari, assieme a componenti dell’organigramma societario della Femi-CZ Vea Rugby Rovigo Delta e del Comitato Organizzatore dell’incontro, oltre, anche, ad alcuni giornalisti, si sono armati di pale e carriole e con l’ausilio dell’attrezzatura messa a disposizione dalle ditte Silla e Tecnoverde hanno cominciato l’opera di sgombero del campo di gioco intervenendo su oltre 3.600 mq. Lunedì mattina, come previsto, sono entrati in azione i giocatori della prima squadra che, nel giro di tre ore, hanno completato il lavoro dei volontari, tant’è che alle 12 e 30 tutta la neve era stata accantonata e i 7.200 mq del Battaglini erano completamente liberi.
Per precauzione, in serata saranno poi i giovani dell’Under 20 a dare una mano al Comitato Organizzatore per stendere i teli protettivi.
Ancora una volta si è avuta la prova del legame che unisce la città al gioco del rugby ed il coinvolgimento di tifosi, personale di supporto, dirigenti, giornalisti, giocatori si è trasformato in una dichiarazione d’amore per questo sport e per l’intera città.
Piccoli o grandi che siano gli obbiettivi da raggiungere si deve avere la coscienza che solo remando tutti insieme nella giusta direzione il cammino verso la meta è più facile (ed anche più bello) da percorrere.

semplici siepi o barriere verdi?

Il concetto di privacy, un diritto oggi riconosciuto dall’ordinamento giuridico di tutti i paesi europei e delle principali nazioni del mondo, riflette una serie di complesse problematiche della nostra epoca. Più tradizionalmente e già da molti secoli, la sua rilevanza primaria nel quotidiano concerneva lo spazio esterno alle abitazioni e la necessità di proteggerlo, contro violazioni fisiche dei confini e avversità, ma anche dall’intrusione di sguardi indiscreti e vari tipi di inquinamento, a seguito della progressiva e costante riduzione degli spazi verdi e la sempre maggiore prossimità delle abitazioni nei centri abitati.

L’utilizzo di schermi o cortine verdi allo scopo di celare alla vista altrui le aree private del giardino, del terrazzo o di parte dell’abitazione, assolve al contempo svariate altre funzioni vantaggiose. Ricerche sperimentali condotte al Department of Agricultural Engineering dell’Università di Atene, finalizzate ad analizzare gli effetti degli alberi sul controllo del calore solare sugli edifici, hanno per esempio concluso che le piante costituiscono un eccellente sistema passivo per il regolamento termico delle abitazioni durante l’estate, specialmente nelle grandi città dove le temperature sono più elevate per il volume del traffico e la scarsità di aree verdi. Di conseguenza una buona disposizione delle piante attorno alle abitazioni attenua gli effetti di un elevato irraggiamento solare, riducendo l’uso di impianti di condizionamento.

A queste importanti proprietà si affiancano altri ruoli di schermi e cortine verdi, per esempio, a seconda dell’altezza, della posizione e del tipo di impianto, effetti frangivento e di difesa della vegetazione contro gli estremi climatici. La protezione contro l’inquinamento acustico ed ambientale è un ulteriore contributo prezioso.

Dal punto di vista puramente coprente, gli schermi verdi possono essere formati con molte specie di piante, da quelle arboree a quelle rampicanti ed interpretate in maniera diversa a secondo della specifica situazione. La regola di base rimane però la selezione di specie il cui vigore, dimensioni e portamento a maturità non pongano problemi alla struttura del giardino. Più ridotto è lo spazio disponibile e maggiore sarà la necessità di valutare attentamente la scelta degli esemplari e la capacità individuale di rispondere a specifiche esigenze, tra cui anche il regime e la frequenza della manutenzione. Dove lo spazio lo permette, l’impianto di alberature caduche a debita distanza dell’edificio crea ombreggiatura estiva sulla facciata più vicina, restituendo poi la luce invernale dopo la perdita del fogliame. Poiché la possibilità di avvalersi di specie arboree è ormai piuttosto rara, lo stesso principio si può applicare a tutti gli schermi verdi quando la luminosità nella stagione fredda è un criterio importante.

Se il problema di sguardi indiscreti è invece rilevante anche in quel periodo dell’anno, la copertura sarà preferibilmente sempreverde o mista e disposta a maggiore distanza da finestre e punti luce.

Sicuramente l’effetto coprente dato dai c.leyland è di molto maggiore di quello del prunus laurocerasus o della photinia, arbusti che offrono invece più vivacità e meno austerità al giardino. In zone vicine al mare o comunque non troppo esposte al gelo, anche il pittosporum può rivelarsi una scelta vincente. Siepi miste danno movimento e colore all’insieme anche se necessitano di maggiori oneri di manutenzione.

Per qualsiasi informazione o curiosità sulla “barriera verde” migliore per il vostro giardino chiedete pure!

 

Fonte: www.giardinaggioweb.net

il verde si mette in piedi: i più bei giardini verticali al mondo

Pare che i giardini verticali siano davvero l’avanguardia e l’alternativa al grigiore urbano, capaci di portare ordine, armonia e respiro. Dove la superficie destinata alle aree verdi è ridotta e sacrificata dalla espansione architettonica, il giardino verticale diventa la risposta al soffocamento urbano. Nei, ancora rari, casi in cui va a coprire grandi superfici e coinvolge l’utilizzo di arbusti grandi e medie dimensioni si parla di bosco verticale. Un concetto già trattato nell’analisi del progetto di riforestazione urbana in corso a Milano, denominato Porta Nuova . Oltre 300 mila metri quadrati dedicati all’applicazione delle più moderne soluzioni green che trova uno dei suoi elementi più qualificanti proprio nel grandioso Bosco Verticale che ricoprirà la Torre D ed E progettata dallo Studio di Architettura Boeri per il quartiere Isola.

Una soluzione che affascina per il suo aspetto di creatura vivente, in costante trasformazione così come è vissuta dalla più recente architettura dinamica di David Fisher. Con il giardino verticale è “il tempo” a entrare come concetto nella progettazione architettonica, ne è esemplare Harmonia 57 dell’innovativo quartiere ovest di San Paolo del Brasile, opera dello studio di architettura Triptyque. Qui la struttura è concepita come un corpo umano di cui il sistema di irrigazione a vista diventa l’apparato circolatorio essenziale alla crescita di quel verde, presente allo stato embrionale, che come una seconda pelle ricoprirà l’edificio. Vedi la gallery di immagini del progetto Harmonia 57 a San Paolo del Brasile

Proprio nel momento in cui scardina la più ovvia idea di crescita orizzontale del verde, ecco che il giardino verticale dà vita ad una miriade di soluzioni possibili mostrandosi vincente perché capace di adattarsi, nei modi più creativi, alle esigenze dettate dalle realtà in cui va ad inserirsi. Proviamo a passare in rassegna quelli che vengono definiti i più bei giardini verticali in Italia e nel mondo.

vedi la gallery di immagini del giardino verticale a Rozzano (MI)

Un progetto la cui straordinarietà, frutto del perfetto concerto tra  intelligenza manageriale e alta competenza tecnico-botanica, è nelle  dimensioni, ben 1250 i metri occupati un record nazionale ad oggi, e  nella ricchezza della biodiversità presente, studiata per resistere al  particolare clima milanese e dare il meglio di sè. 

Ma il verde si può trasformare anche in quadro, come è accaduto in Trafalgar Square a Londra, nuovo punto di incontro per gli amanti dell’arte e del green. Qui la National Gallery ha lasciato spazio all’estro di Madre Natura che ha dato la sua personale interpretazione del Campo di grano con cipressi di Vincent Van Gogh, opera realizzata dalla Ans Group. Vedi la gallery del muro verde a Trafalgar Square, Londra

E può veramente diventare “ponte” verso un nuovo stile di vita che cambia faccia alle città, quando va a ricoprire le più grigie infrastrutture. E’ questo il caso del ponte di Aix En Provence che attraversa l’Avenue Max Juvénal. La facciata di Sud-Ovest è ancora quella triste di un elemento senza vita, ma visto da Nord Est diventa un tripudio di colori e forme in movimento che catturano lo sguardo di chi passa invitando quasi a soffermarsi, a trattenersi nella cittadina francese, come il più caloroso benvenuto. Vedi la gallery di fotografie del progetto Pont Max Juvenal ad Aix en Provence  E ancora di ponte ma in questo caso di collegamento tra passato e presente si può parlare con l’intervento realizzato a Madrid da Patrick Blanc.

La parete verde alta 24 metri contraddistingue uno dei lati della Caixa Forum, il Museo d’Arte Contemporanea progettato da Herzog & de Meuron e nato dal recupero di una delle più importanti e uniche emergenze cittadine di architettura industriale: la vecchia centrale elettrica di Madrid.

L’impatto visivo è reso straordinario dall’utilizzo di ben 15000 piante appartenenti a 250 specie diverse che conferiscono movimento alla parete. Come una quinta scenica la vegetazione si prepara a dare vita ad uno spettacolo unico: il divenire sotto gli occhi di tutti della natura nella sua energia ribelle. Il gioco di linee sinuose ne esprime perfettamente la frizzante vitalità e accompagna il quotidiano aggregarsi della vita cittadina nello spazio pubblico antistante, strizzando l’occhio e, al contempo, invitando il turista a visitare il vicino Giardino Botanico, dove le specie vegetali verticali possono essere ammirate nella loro orizzontale dimensione quotidiana. Vedi le più belle immagini del progetto Caixa Forum a Madrid

La parete verde perde i propri confini e diventa “specchio del mondo” quando semplicemente annusando l’aria è possibile sentire il profumo del proprio paese mescolarsi a quello di terre lontane, è questo quello che accade ogni volta che si passa davanti al Quai Branly Museum a Parigi, poco distante dal più noto simbolo cittadino, la Torre Eiffel.

Nato da un progetto di Jean Nouvel, la struttura è scrigno del più prezioso patrimonio mondiale: una raccolta di oltre 30000 opere rappresentanti le civiltà primitive delle Americhe e di Asia, Africa e Oceania.

Un tuffo nelle proprie origini, in una dimensione senza tempo che si riflette nell’ambiente circostante, dove è la natura a farla da padrona. Per preservare quest’aspetto il lato che affaccia sulla Senna presenta un bellissimo esempio di integrazione tra giardino verticale e architettura.

L’atmosfera è fiabesca, tanto che guardando la parete, mossa da sempreverdi alternati ad essenze floreali, si ha l’impressione di trovarsi all’entrata di un bosco magico, mentre nelle finestre, di quella che appare un’abitazione elfica, si staglia l’azzurro di una città in movimento.

La natura qui sembra regalare a Parigi un soffio di aria internazionale nel vero senso della parola: per realizzare gli 800 mq di verde sono state messe  a dimora 15.000 piante provenienti da Giappone, Cina, Europa centrale e Stati Uniti. Un giro del mondo prêt-à-porter! Vedi tutte le immagini del giardino verticale presso il Quai Branly Museum

Il verde si trasforma pure in “prezioso tessuto” quando viene a contatto con il mondo della moda. La chiamano ars topiaria ed è la moderna evoluzione di quei giardini all’italiana che contraddistinguono i palazzi dei signori dal Cinquecento in poi. In questo caso è l’uomo a dare la regola alla natura, a trasformarla in strumento. E’ questo quello che è successo con Topiade, l’ambizioso progetto di eco design che ha portato al restyling del negozio Louis Vuitton ad opera del Gas Design Group. Un effetto finale che impressiona perché il verde qui acquista la proprietà serica del tessuto.  Vedi la gallery delle immagini più belle di Topiade

Il giardino diventa simbolo di “ospitalità” quando va a ricoprire gli alberghi della città, come l’Hotel Athenaeum a Londra. Il green wall che ricopre con la sua pacifica ombra questo prestigioso albergo sembra dialogare in soluzione di continuità con il vicino Green Park. Ben 12.000 le piante trapiantate da un’equipe di giardinieri-arrampicatori che hanno curato nel dettaglio l’ancoraggio alla facciata della gabbia portante in alluminio. La struttura, di circa 6 cm di spessore, è studiata per offrire le migliori condizioni di vita alle specie presenti, grazie alla presenza del feltro che applicato sul PVC assicura una distribuzione omogenea dell’acqua in tutte le parti del giardino. Un metodo di rivestimento studiato da Blanc che permette il costante approvvigionamento idrico di acqua piovana e fertilizzanti. Tra le varietà botaniche da citare la presenza di ficus, felci, filodendri e fatsie, specie che crescono di consueto sulle pareti rocciose delle zone tropicali e che hanno dimostrato quindi la loro particolar resistenza a condizioni estreme. Per ridurre al minimo la necessità di manutenzione e lasciare ampio spazio alla spontaneità della natura sono state privilegiate le sempreverdi, presenti circa all’80%, uno sfondo cromatico perfetto per enfatizzare le colorazioni delle piante stagionali. Alla base del successo di questa installazione è la disposizione delle specie a seconda della diversa altezza. La collocazione, frutto di un’analisi approfondita del comportamento della vegetazione, è studiata per rispettare e creare le migliori condizioni di vita per ogni pianta, a dimostrarlo è ad esempio la sistemazione delle rarissime ortiche asiatiche a livello del suolo, dove l’ombra è condizione ottimale di crescita, e nella parte più elevata e luminosa della parete, delle varietà più resistenti ad umidità e freddo.

Fonte: http://www.tuttogreen.it/

 

Il social network verde: grow the planet

A dimostrazione che internet è lo strumento imprescindibile per qualsiasi attività, e che fare rete è un’eisgenza di chiunque, ci accorgiamo che esiste un social network anche per gli amanti del pollice verde.

La piattaforma fornisce tutt’ora ai diversi appassionati di tutto il mondo un luogo virtuale di incontri, di scambio di materiali e di informazioni utili in diversi ambiti, dalla musica alla tecnologia, fino ad arrivare anche allo spazio verde. L’attenzione degli esperti si è concentrata ultimamente proprio sugli amanti del giardinaggio, creando un social network ad hoc per il pollice verde più incallito che sente l’esigenza di condividere i contenuti con altri appassionati. Il progetto “Grow the Planet”, proposta interamente italiana presentata al TechCrunch Disrupt, ha lo scopo di connettere virtualmente giardinieri, agricoltori o semplici appassionati del giardino verde che vogliono condividere le loro passioni con gli utenti di tutto il mondo. Grow the Planet si caratterizza come un social network innovativo per le tematiche trattate; inoltre, le pratiche innescate dallo spazio in rete mirano alla condivisione di conoscenze riguardanti le cure colturali di fiori e piante, alberi e arbusti, tecniche di coltivazione e molto altro. Il progetto, che ricrea una sorta di piccolo spazio verde puramente virtuale, ha sfruttato le più recenti e famose tecnologie, tra cui ricordiamo la geolocalizzazione: grazie alla piattaforma, gli utenti possono segnalare la propria “comunità locale” in un raggio di circa venti miglia dai propri orti e giardini e visualizzarla all’interno di un’area più grande che mostra anche le cure colturali di fiori e piante dei vicini. Grazie alla piattaforma, qualsiasi pollice verde potrà anche consultare le informazioni messe a disposizione circa le condizioni climatiche e la crescita delle piante ornamentali, condividendo i propri risultati all’interno della comunità stessa e in altri social network.

Curiosità: ma perchè i sempreverdi non si…spogliano?

Con l’autunno e poi con l’inverno, si completa uno dei grandi fenomeni naturali che segnano il passaggio di stagione: la caduta delle foglie da alberi e arbusti. Ma perchè le sempreverdi invece non si spogliano?

Le caducifoglie si spogliano del tutto, non senza aver prodotto un grande spettacolo in termini di cromatismi. Rimangono invece ben salde al loro posto le foglie delle sempreverdi, sia latifoglie sia conifere che attendono impassibili l’arrivo delle intemperie invernali, alle quali sopravvivranno sfoggiando il loro verde cupo.

Partiamo dalle sempreverdi latifoglie, cioè a foglie larghe e appiattite: fra gli esempi, leccio, agrifoglio, camelie, laurotino, lauroceraso, ligustri, pittosfori, bosso, osmanto, eleagni, evonimi ecc. Prima di tutto notiamo che il fenomeno fra gli alberi è circoscritto a specie tipiche dell’ambiente mediterraneo: è vero che i lecci resistono anche in Val Padana, ma sicuramente sono svantaggiati, in inverno, rispetto alle latifoglie. Non così gli arbusti: quasi tutti tollerano i geli alpini senza batter ciglio.

Il merito è della struttura particolare delle loro foglie, coriacee grazie agli abbondanti depositi di lignina, una sostanza che indurisce i tessuti permettendo loro di sopportare il vento e i fiocchi nevosi e proteggendo i delicati tessuti interni. Dure sì, ma non rigide: devono infatti potersi facilmente piegare per facilitare lo sgrondo della pioggia e lo scrollo dei cristalli di neve. Per maggior protezione, sono anche rivestite di cutina, una sostanza cerosa che consente all’acqua di scivolare via velocemente dalla lamina, isolando ancora di più l’interno.

Nelle conifere (pino, abete, peccio, cedri ecc.), tipiche di zone montuose molto fredde, l’evoluzione della foglia è ancora più spinta, tanto da condensare i tessuti al minimo spessore: la funzione fotosintetica è ugualmente assicurata, ma la superficie è talmente ridotta da non permettere nemmeno l’appoggio di neve e gelo.

Naturalmente anche la fisiologia dell’organismo vegetale collabora alla sopravvivenza del fogliame: i vasi linfatici sono maggiormente ispessiti per evitare che i liquidi interni si ghiaccino e questi ultimi hanno un punto di congelamento inferiore rispetto a una caducifoglia. Ciò significa che le sempreverdi sono in grado di effettuare una modesta fotosintesi clorofilliana anche in inverno, nelle giornate particolarmente miti e soleggiate, sempre che sia disponibile l’acqua nel terreno.

I vantaggi del mantenimento delle foglie sono evidenti: la pianta non perde tempo ed energie in primavera a rimettere tutto il fogliame, né spreca materiali e risorse perdendolo in autunno; è sempre pronta a produrre energia tramite la fotosintesi e rinnova le foglie solo a fine ciclo (dopo 3-6 anni secondo la specie).

Il rovescio della medaglia è rappresentato da rischio di rottura dei rami in inverno in caso di abbondanti nevicate, messo in conto dalla Natura, e dal pericolo di morte nell’evenienza di geli prolungati e intensi: la sopravvivenza della specie sarà comunque già stata garantita dalla disseminazione nell’autunno precedente.

(tratto da “Perchè i sempreverdi non si spogliano?” di E.Tibiletti, n.11, 2011)